La macrofotografia è affascinante: permette di osservare il mondo in modo insolito e questo è probabilmente il motivo principale che spinge a volersi cimentare in questo genere.

Spesso però la fascinazione lascia il posto alla delusione: la macrofotografia richiede una buona tecnica, attrezzatura specifica e, soprattutto, dedizione. Queste parole non vogliono scoraggiare ma spronare a non arrendersi se i primi risultati sono deludenti.

L’importanza del cavalletto nella macrofotografia

Uno degli aspetti che scoraggia di più dall’avvicinarsi alla macrofotografia è l’attrezzatura: obiettivi macro, soffietti e slitte di precisione sono accessori costosi che fanno sorgere dubbi se valga la pena fare un tale investimento.

Per fortuna esistono anche soluzioni economiche per iniziare, come i tubi di prolunga, ma un aspetto che però viene spesso sottovalutato è che per fare macrofotografia e fotografia a distanza ravvicinata in modo serio è fondamentale usare il cavalletto.

Se questa affermazione vi sembrerà scontata siete sulla buona strada (mi fa piacere!), se invece avete dei dubbi al riguardo abbiamo qualcosa di cui discutere.

Sebbene non frequenti i forum di fotografia con regolarità, mi capitò di leggere una domanda curiosa, postata da una persona che aveva iniziato da poco a fotografare. Non ricordo con precisione quale fosse il quesito, credo riguardasse la luminosità massima di un obiettivo o la stabilizzazione… in ogni caso risposi con parole che suonavano più o meno così: “non si tratta di un problema perché per fare macrofotografia si usa il cavalletto”.

Dopo poco l’autore del post ribatté: “seeee, se devo portare il cavalletto allora ciao!”.

A quel punto non aveva molto senso continuare la discussione in quella sede… ma vorrei riprendere la questione argomentandola in questo articolo.

Prima di iniziare, ricordo che in macrofotografia dobbiamo fare i conti con una profondità di campo molto ridotta e che ogni difetto, come il mosso e il micromosso, viene amplificato.

Obiettivo 100 mm macro @f/3.2: la profondità di campo scattando a distanza ravvicinata diventa molto ridotta.

Tre motivi per usare il cavalletto

1. Profondità di campo, chiusura del diaframma e tempi di scatto

Quando si fotografa a distanza ravvicinata la profondità di campo è molto ridotta. Per aumentare l’estensione della nitidezza sui vari piani possiamo chiudere il diaframma ma come conseguenza dobbiamo allungare i tempi di scatto, soprattutto se vogliamo mantenere bassi i valori ISO.

Fotografare con tempi lenti espone, in generale, al rischio di mosso e quando scattiamo a distanza ravvicinata, e quindi a forti ingrandimenti, i rischi diventano certezze. Per rovinare una foto, soprattutto una macro, non serve un mosso esasperato, basta del micromosso. Una foto micromossa può non essere scoperta se viene pubblicata su web a bassa risoluzione, ma basta osservarla a dimensioni maggiori perché i difetti diventino palesi.

2. Fusione di più scatti

Chiudere molto il diaframma per aumentare la profondità di campo può non essere comunque sufficiente per raggiungere l’estensione di nitidezza desiderata. Non solo, chiudere il diaframma ai valori minimi causa perdita di nitidezza per via della diffrazione. Per questo motivo, una tecnica molto usata in macrofotografia è il focus stacking, che consiste nello scattare più fotografie con messa a fuoco su piani differenti da fondere poi in postproduzione per ottenere un’immagine con una profondità di campo molto estesa. Per attuare questa tecnica però la fotocamera deve rimanere immobile fra uno scatto e l’altro quindi l’uso del cavalletto non è prescindibile.

Immagine realizzata con una Sony A7RIII e un Sony 90 mm Macro – Fusione di più scatti.

3. Composizione

La terza motivazione è meno tecnica, ma non per questo meno importante e riguarda la composizione. Quando si scatta a distanza ravvicinata gli aspetti da tenere sotto controllo sono molteplici e stare attenti anche alla composizione è una difficoltà aggiuntiva. Comporre con la fotocamera sul cavalletto, oltre a garantire una maggiore precisione rallenta anche il processo fotografico obbligando a ragionare maggiormente sull’inquadratura.

Inoltre, per quanto inquadriamo con cura a mano libera, nel momento in cui premiamo il pulsante di scatto può avvenire uno spostamento che, per quanto piccolo, fotografando a forti ingrandimenti può essere sufficiente a peggiorare la composizione.

macro-a-mano-libera-con-flash
Questa foto è stata scattata a mano libera con una fotocamera a pellicola, un obiettivo 135 mm, tubi di prolunga e un flash manuale. Non è possibile fotografare insetti sul cavalletto nelle ore del giorno in cui sono in piena attività e il setup utilizzato per lo scatto vincolava la distanza di fuoco, ma l’aver scattato a mano libera ha penalizzato la composizione.

Messa a fuoco selettiva

Per ottenere risultati creativi si può decidere di scattare con diaframmi molto aperti, per isolare un dettaglio di ciò che stiamo fotografando. La scelta di usare una messa a fuoco selettiva in macrofotografia non è un’alternativa all’uso del cavalletto. Impostare un diaframma aperto quando si fotografa a distanza ravvicinata restituisce una profondità di campo così ridotta che scattare senza cavalletto rende veramente difficile riuscire a mettere a fuoco in modo preciso.

Conclusioni

Portarsi dietro il cavalletto è una seccatura soprattutto ora che stabilizzatori sempre più efficaci e sensori che lavorano meglio a sensibilità sempre più alte permettono di ottenere una percentuale di successo maggiore scattando a mano libera.

I miglioramenti tecnologici però non sono (ancora) tali da permettere di eliminare l’uso del treppiede in tutte le situazioni e ciò è, in un certo senso, un bene. Fatta eccezione per quei generi in cui la rapidità è fondamentale, l’uso del cavalletto rallenta il procedimento di scatto e ci porta a fotografare di meno e riflettere di più: pratica che con il digitale si è un po’ persa, almeno quando si inizia a fotografare.