Sebastião Salgado non credo abbia bisogno di troppe presentazioni. La sua produzione fotografica è sterminata, così come lo sono i luoghi in cui ha realizzato i suoi reportage: ma per capire meglio il suo percorso è fondamentale conoscere la storia dell’uomo dietro la macchina fotografica. L’articolo di oggi si basa fondamentalmente sul libro Dalla mia Terra alla Terra e sul film Il sale della Terra, materiali che consiglio a chi fosse interessato ad approfondire le vicende che hanno segnato la vita del fotografo e volesse districarsi più facilmente nella sua produzione.

Sebastião Salgado, biografia in breve

Conoscerne la biografia è un passo obbligato per capire come mai Salgado si sia dedicato al genere documentaristico di tipo sociale prima e a quello naturalistico poi.

Alcuni mi considerano un fotogiornalista. Non è vero. Altri, invece, un militante. Nemmeno questo è vero. La sola cosa vera è che la fotografia è la mia vita. Tutte le mie foto corrispondono a momenti che ho vissuto intensamente.

Sebastião Salgado, Dalla mia Terra alla Terra

Salgado nasce nel 1944 nella fattoria di famiglia situata nella grande valle del Rio Doce, in Brasile. Si tratta di una valle ricca di miniere d’oro e di ferro e che era ricoperta per buona parte dalla foresta atlantica quando era bambino.

Serra Pelada, Brasile, 1986 – Sebastião Salgado

Sebastião ha imparato a viaggiare sin da piccolo: le distanze da percorrere in una terra così vasta erano immense e i tempi necessari per farlo lunghi. Alcune vie potevano essere percorse soltanto a piedi e gli spostamenti durare anche decine di giorni.

A quindici anni lascia Aimorés, la cittadina dove andava a scuola, e si trasferisce a Vitória per completare gli studi. Qui trova una realtà completamente diversa rispetto a quella rurale a cui era abituato: il nuovo scenario lo persuade a lasciare gli studi di giurisprudenza in favore di quelli in economia che trova più adatti per poter contribuire allo sviluppo del paese.

A Vitória incontra Lélia, futura moglie e compagna inseparabile sia nella vita sia sul lavoro: senza di lei la vita e il lavoro di Salgado non sarebbero stati gli stessi.

La situazione di forte disuguaglianza sociale incontrata in città lo avvicinerà ai compagni che militavano in ambienti di sinistra. Si impegnerà molto negli studi universitari di economia per acquisire competenze e poter lavorare su progetti che portino miglioramenti a lungo termine. Riesce a frequentare un master a numero chiuso all’Università di San Paolo, si laurea nel dicembre del 1967 e subito dopo sposa Lélia.

La situazione politica del Paese è però problematica: Sebastião e Lélia avevano partecipato a tutte le manifestazioni di resistenza contro il regime diventando figure molto, troppo, in vista. La scelta che si poneva loro davanti era di entrare in clandestinità o lasciare il paese continuando l’opposizione dall’esterno. Il gruppo politico di cui facevano parte spinge i membri più giovani a lasciare il paese e, correndo grossi rischi, riescono a salpare per la Francia nell’estate del 1969.

In Francia troveranno aiuto nella rete di solidarietà creata da altri brasiliani che erano riusciti a lasciare il Brasile e dalle organizzazioni che li aiutavano.

La fotocamera entra nella sua vita

Nel 1970, avverrà il primo contatto con la fotografia. Lélia aveva bisogno di una fotocamera per i suoi studi: senza particolari conoscenze degli apparecchi acquistano una Pentax Spotmatic II con l’obiettivo Takumar 50mm f/1,4. Anche se era stata Lélia a dover comprare la macchina fotografica fu Sebastião che se ne innamorò immediatamente.

Pentax Spotmatic II con obiettivo Takumar 50/1,4 (foto di s58y [CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0])
Pentax Spotmatic II con obiettivo Takumar 50/1,4 (foto di s58y [CC BY])

Salgado attrezza un piccolo laboratorio per fare sviluppo e stampa e inizia a svolgere i primi reportage. Non si tratta però ancora di una professione: sebbene l’idea di diventare fotografo professionista diventi sempre più forte i primi incarichi che lo porteranno in Africa saranno legati alla carriera da economista. In ogni caso saranno proprio quegli incarichi a fargli conoscere quell’Africa che non potrà fare a meno di tornare a fotografare innumerevoli volte.

Il 1973 è l’anno fatidico: Salgado, d’accordo con Lélia, lascia una carriera ben avviata da economista per iniziare quella di fotografo.

Rifugiati in attesa fuori dal campo di Korem, Etiopia, 1984 – Sebastião Salgado

Salgado ha scelto la fotografia

Salgado e la moglie partono per il primo reportage in Africa insieme ad associazioni impegnate nel combattere fame e siccità. Lélia aveva compiti importanti quanto il marito nella nuova attività fotografica e sarà lei, anche negli anni a venire, a creare i libri fotografici, a tenere i contatti e a gestire le relazioni per la vendita delle immagini. Al ritorno da questo primo viaggio, i compensi ottenuti per le fotografie permisero alla coppia di acquistare un corredo Leica e altra attrezzatura. Dopo che Sebastião aveva lasciato il posto fisso e ben pagato era venuta meno la sicurezza economica e i proventi dai primi lavori fotografici venivano reinvestiti.

L’importanza della formazione

Salgado aveva una solida formazione economica che gli è sempre stata di grande aiuto per inquadrare rapidamente la situazione e le dinamiche delle realtà in cui veniva catapultato con pochissime ore di preavviso.  Ciò che ancora gli mancava era una formazione fotogiornalistica, ma a questo rimediò lavorando per l’agenzia Gamma dal 1975 al 1979. L’agenzia Gamma è stata la sua scuola di fotogiornalismo.

Una cosa su cui il fotografo insiste sempre è l’importanza di avere una formazione solida: è qualcosa di imprescindibile.

La mia grande scuola di fotografia è stata Gamma, Magnum però mi ha dato una formidabile occasione di evolvere.

Sebastião Salgado
Kuwait, Inizio anni ’90 – Sebastião Salgado

Da Magnum ad Amazonas Images

Nel 1979 Salgado entra alla Magnum e ciò gli permette anche di ampliare il suo portfolio di contatti: gli vengono commissionati reportage da grandi testate e riviste. Arriva però il momento in cui ha bisogno di più autonomia per seguire progetti che richiedono maggiore spazio e supporto e siccome Magnum non glieli accorda, nel 1994 fonda Amazonas Images insieme a Lélia. Sia il fotografo sia la moglie avevano maturato ormai l’esperienza e le competenze necessarie per camminare da soli e, partendo con un ristretto nucleo di collaboratori, inaugurano questo nuovo capitolo.

Campo profughi, Ruanda, 1995 – Sebastião Salgado

Ruanda, il punto di rottura

Il climax di violenza raggiunto in Ruanda nel 1994 non credo abbia bisogno di essere descritto. La parola genocidio diventa ancora più tremenda quando smette di essere “solamente” una parola ma si prova a immaginare quali orrori e quante vite spezzate nasconda. Dopo nove mesi sul campo Salgado è provato nel fisico e nello spirito: deve rientrare in Francia. Ristabilitosi torna in Ruanda dove si trova nuovamente immerso in un folle incubo: “è stato il mio ultimo viaggio in questa mia disgraziata avventura nel Ruanda. Quando sono andato via non credevo più a niente, non poteva esserci salvezza per la specie umana, non si poteva sopravvivere a una cosa simile” (Salgado, Dalla mia Terra alla Terra). Salgado era sprofondato nella depressione e nel pessimismo: dopo essere stato testimone degli orrori di cui era capace il genere umano, stava ora aumentando in lui anche la preoccupazione per come gli sconvolgimenti economici, politici e sociali avessero cambiato la faccia del pianeta dal punto di vista ambientale.

Instituto Terra

Le condizioni di salute del padre di Salgado stavano peggiorando perciò Sebastião e Lélia devono tornare in Brasile dove trovano la fattoria abbandonata e che della foresta atlantica non rimaneva più niente. Lélia, anche per ridare speranza al marito, propone di ripartire, di ripiantare la Mata Atlantica (foresta pluviale atlantica).

Le parole diventano presto fatti: studiano un piano operativo e si mettono alla ricerca di fondi. In dieci anni avviene un miracolo, i loro sforzi sono premiati. L’organizzazione che crearono per occuparsi di questo progetto si chiama Instituto Terra.

Una nuova Genesi

I successi raggiunti con Instituto Terra avevano ridato a Salgado nuova energie: decise di iniziare un nuovo progetto fotografico. Era conscio che non sarebbe più stato in grado di lavorare sugli stessi temi che aveva affrontato per tutta la vita passata, il dolore che aveva provato era troppo.

Dopo aver visto l’orrore, ho potuto contemplare tanta bellezza.

Sebastião Salgado

Decise invece di dedicarsi a qualcosa che per lui era completamente nuovo, la documentazione degli ambienti incontaminati della Terra. Nel 2004 iniziò il progetto Genesi.

Cuccioli di elefanti marini e pinguini, Saint Andrew’s Bay, Georgia del sud, 2009 – Sebastião Salgado

Fare reportage secondo Salgado

Come abbiamo detto all’inizio, gli eventi della vita hanno condizionato tutta l’attività del fotografo: l’impegno politico e l’aver toccato con mano situazioni di profonda ingiustizia lo hanno spinto verso la fotografia sociale. Gli studi economici lo hanno portato a riflettere sui cambiamenti a lungo termine.

I suoi reportage si sviluppano sempre con archi temporali lunghi: i racconti che Salgado scrive con le immagini richiedono tempo.

L’uso del bianco e nero

In pochi sanno che Salgado non ha scattato solamente in bianco e nero. In passato ha utilizzato anche il colore, principalmente per soddisfare le richieste delle riviste. A un certo punto però ha smesso definitivamente di utilizzarlo e l’unico linguaggio a cui si è dedicato è quello per cui è più conosciuto. “… col bianco e nero e tutta la gamma dei grigi posso concentrarmi sull’intensità delle persone, sui loro atteggiamenti, sui loro sguardi, senza che siano disturbati dal colore”.

Sciamano che prepara un setaccio con foglie di sago. Isola Siberut, Sumatra, Indonesia, 2008 – Sebastião Salgado

I reportage principali

Altre Americhe

Altre Americhe è stato il primo libro, concepito da Lélia, a essere pubblicato. Si tratta di un reportage durato anni realizzato in America latina, entrando in contatto con quelle popolazioni “invisibili”, indios e civiltà legate alla terra che vivono in luoghi isolati. Questo lavoro d’esordio venne rifiutato dalle agenzie, etichettato come non interessante, fino a che non ricevette il Prix de la Ville de Paris che gli garantì l’accesso alla pubblicazione. Nel 1986, le immagini vennero esposte in una mostra a Parigi.

Sahel, la fine del cammino

Nel 1988 Lélia crea il secondo libro di Salgado: Sahel, The End of the Road (edizione inglese). Si tratta di un lungo reportage in Mali, Etiopia, Ciad e Sudan realizzato alcuni anni prima a seguito di una campagna di Medici Senza Frontiere. Nel 1985, Salgado ricevette i premi World Press Photo e Oskar Barnack per questo reportage.

Terra

Racconta la storia del Movimento Sem Terra di cui Salgado ha seguito le vicende per molti anni. Si tratta di un libro particolare (Terra. Struggle of the landless, edizione inglese) che raccoglie, insieme alle immagini, i testi di Chico Buarque e un’introduzione di José Saramago.

La mano dell’uomo

La mano dell’uomo è un reportage sul lavoro: pubblicato nel 1993, raccoglie fotografie scattate tra il 1986 e il 1991. In un momento in cui le nuove tecnologie e la robotica stavano trasformando definitivamente l’organizzazione del lavoro, Salgado si concentra su tutte quelle attività in cui il lavoro manuale è ancora al centro della produzione. La delocalizzazione di questo tipo di attività lo porterà fuori dall’Europa: Cina, Brasile, India…

Gold

Gold contiene foto realizzate nella Serra Pelada: enorme miniera brasiliana a cielo aperto (oggi non più attiva). Salgado documenta uno scenario unico: decine di migliaia di esseri umani che lavorano senza l’ausilio di macchinari. Un lavoro duro in un ambiente ad alto rischio: un buco nel terreno fondo circa duecento metri che viene risalito costantemente con un sistema di scalette in legno apparentemente molto precarie. Questa enorme comunità di minatori, in cerca del colpo che possa cambiare le loro vite, si fonda su un fragile equilibrio relazionale.

Conosco l’esilio, so tutto ciò che comporta lasciare il proprio paese…

Sebastião Salgado

In Cammino

In Cammino. Exodus (edizione inglese) racconta la storia di coloro che hanno dovuto lasciare il proprio Paese per ragioni economiche ma anche politiche, climatiche, religiose. Quest’opera ha richiesto sei anni di viaggi attraverso il globo durante i quali ha incontrato profughi, migranti e più in generale persone disperate, in fuga alla ricerca di una vita migliore o per lo meno di sfuggire alla morte.

Africa

Africa è un volume che raccoglie parte delle fotografie scattate in trent’anni di reportage nel continente del quale si innamorò fin dal primo viaggio. Salgado confessa che il materiale fotografico non incluso è talmente tanto che potrebbe essere raccolto in un altro volume.

Genesi

Genesi è il lavoro più recente, un omaggio alla Terra, agli ambienti incontaminati e agli esseri che li abitano. Si tratta del primo lavoro realizzato in digitale e del primo reportage sulla natura. Per portare a termine il progetto ha impiegato quasi dieci anni, viaggiando tra gli ambienti più diversi del pianeta: da quelli torridi a quelli glaciali, passando per la foresta pluviale.

Due parole sulle fonti

Dalla mia Terra alla Terra (libro)

Dalla mia Terra alla Terra, libro edito da Contrasto, fa parte della collana In parole. L’edizione ha un aspetto elegante con copertina cartonata, dorso con rivestimento in mezza tela e pagine dalla grammatura consistente. La qualità dei contenuti, se vogliamo, supera la quantità ma non se ne rimane delusi.

Gli importava davvero degli esseri umani, dopo tutto gli esseri umani sono il Sale della Terra

Wim Wenders, Il Sale della Terra

Il sale della Terra (film)

Il sale della Terra è un documentario del 2014 del regista tedesco Wim Wenders e del figlio maggiore di Sebastião, Juliano Ribeiro Salgado. È reperibile in DVD: circa due ore intense in cui Sebastião, accompagnandosi con le fotografie, racconta la sua vita e le sue scelte.