Thomas, un fotografo di grido, scatta alcune immagini di una donna misteriosa mentre la sta pedinando. Quando sviluppa e stampa i negativi si accorge però che, oltre alla donna, ha fotografato qualcos’altro che non avrebbe dovuto vedere né tantomeno immortalare: potrebbe essere stato testimone involontario di un omicidio.

Il particolare del presunto delitto, impresso sulla pellicola, è però di dimensioni molto piccole, potrebbe trattarsi di uno scherzo giocato dalla grana del negativo e dall’immaginazione.

Inizia allora una serie di frenetiche sessioni in camera oscura in cui ingrandisce (blow-up) sempre di più il dettaglio in stampa per avere conferma di ciò che ha visto.

Gli eventi che ho appena raccontato sono parte della trama di Blow-up, film del 1967 di Michelangelo Antonioni, in cui il continuo dualismo fra reale e immaginario è il leitmotiv che accompagna l’intero svolgimento del film.

L’operazione portata avanti da Thomas, invece di avvicinarlo alla realtà, lo allontana sempre di più: ingrandire un dettaglio fino al punto di arrivare all’essenza materica del supporto, sgretolando qualunque intellegibilità delle forme, mi ha fatto pensare… A cosa?

Be’, da una parte all’interesse eccessivo che a volte viene dato all’analisi dei singoli pixel a scapito della visione d’insieme, della storia raccontata nell’immagine o comunque della rappresentazione nel suo complesso. Ma di questo ho già parlato altre volte.

Dall’altra, agli errori che scaturiscono da un fotoritocco portato avanti concentrandosi esclusivamente su una parte dell’immagine senza verificare cosa è accaduto all’intera foto. Un esempio classico sono le modelle e i modelli a cui è sparito l’ombelico in seguito a un ritocco dell’addome. Oppure, a correzioni colore effettuate prestando attenzione solamente a una parte dell’immagine “dimenticandosi” di verificare se i loro effetti si riflettono anche altrove.

Dove è finito l'ombelico?
Dove è finito l’ombelico?

Come evitare errori grossolani

A volte gli errori dovuti al fotoritocco sono palesi, basterebbero piccole accortezze nel flusso di lavoro per evitarli.

  • Quando si sta operando su una parte circoscritta e molto ingrandita è bene fare controlli regolari variando il livello d’ingrandimento per tornare a una visione d’insieme.
  • Creare un livello separato (duplicato) per apportare le modifiche permette di accendere e spegnere la visualizzazione del livello con le variazioni per vedere se nel passaggio dal prima al dopo qualcosa è andato storto.
  • In Photoshop è possibile lavorare su due finestre contenenti la stessa immagine ma con livelli di ingrandimento differente: così mentre interveniamo sul particolare abbiamo sempre sott’occhio anche l’intero.
  • Se effettuate correzioni colore selettive solamente su alcune parti dell’immagine e non state usando mascherature, ingrandite anche le parti dell’immagine che non volete modificare e verificate non abbiano subito variazioni indesiderate.